Metro a Milano – Parte 1 – Non è un paese per nonFilippine

La metro, a Milano.

E’ uno dei posti più affascinanti, nella sua estrema bruttezza, del capoluogo lombardo. E’ una galleria di persone e di situazioni che vacilla sull’astratto confine che separa quotidianità da eccentricità.

Come formiche impazzite che puntano ad entrare nel formicaio inseguite da un formichiere reale, i milanesi ci si ficcano dentro di prima mattina, sgomitando giù dalle scalinate d’ingresso delle stazioni quasi puntassero a vincere la maratona di New York.

Io, il più delle volte, mi becco la signora anziana con bastone e nipotino (più rincoglionito della nonna) al seguito. La succitata anziana la trovo – come legge di Murphy dispone – quando sono estremamente di fretta.

La nonna è insuperabile. La scala è il suo regno. A sinistra tende più che può il bastone, alla sua destra, come detto, c’è il nipotino che, a sua volta, si tiene stretto al corrimano. Superare questa diabolica coppia è più difficile che centrare la famosa voragine che Patrick De Gayardon centrava con il paracadute nella pubblicità della Sector. La nonna te la devi sorbire fino all’ultimo gradino, fino all’ultimo centimetro della scala.

Quando infine sbuco nell’atrio che porta ai tornelli mi divido tra una gioia simile alla vittoria dei Mondiali di calcio e il superamento di un esame universitario e allungo il passo per recuperare il tempo perso grazie all’amabile vecchina.

Ma è un fuoco fatuo. Alle mie spalle un rumore simile a quello di una falange macedone intenta a caricare orde di persiani mi lascia intendere che una piaga più pericolosa sta per piombarmi addosso. Sono i sudamericani in modalità ‘Fast & Furious’, però senz’auto.

Puntuali come la diarrea nei giorni della merla te li vedi sfrecciare a fianco. Ti prendono a sportellate, le loro Reebok scintillano, i cappellini girati al contrario assumono una posizione aerodinamica e, sempre in corsa, avvicinandosi all’ostacolo dei tornelli, cercano di tirare fuori il biglietto o l’abbonamento. E’ la manovra che anticipa il disastro: il più delle volte la velocità li fa schiantare contro i le sbarre. I biglietti volano in aria, gli abbonamenti non prendono la strisciata. Si forma così un ammasso di carne, lamiera attorcigliata (sono i ciondoli da rappettaro che portano al collo) e nell’aria volano imprecazioni in ispanico che gridano divina vendetta.

Così il tempo scorre. Io, con il mio abbonamento in mano, aspetto mestamente il mio turno mentre in me s’insinua la certezza del più vergognoso dei ritardi.

Scendendo le scale che portano alla banchina sento puntualmente il mio convoglio che arriva, si ferma esattamente 25 centesimi di secondo e riparte. Quando invece sulla metro ci sono già, le porte restano aperte per un tempo oscillante tra i 32 e i 45 minuti.

Quando finalmente, già esausto e in un bagno di sudore (anche con temperature polari), riesco a mettere piede sul vagone, davanti a me si presenta uno scenario da girone dantesco. Tutti schiacciati come in un treno di deportati. I posti a sedere sono occupati (sempre) dalle seguenti categorie:

A) Emo in fissa con l’Ipod. Cambiano 230 canzoni ogni tre secondi, dalle loro cuffie a padiglione esce una musica indecorosa a un volume pari a quello di uno shuttle in partenza da Cape Canaveral. Masticano cingomma e sbausciano, agitano freneticamente le gambe con un movimento twisteggiante, fingono di leggere libri impegnati dietro i loro ciuffi piastrati. Solitamente accanto agli emo si possono ammirare esemplari di persone affette dalla sindrome di Down e signore di mezza età con 40 borsine di plastica della spesa che pregano anche dèi new-age per riuscire a stare in equilibrio

B) Cinesi-zombie addormentati. Sono quelli che si ammazzano di lavoro nei laboratori clandestini, di notte. Salgono a Sesto e dovrebbero scendere a Loreto ma in realtà entrano in coma e si risvegliano a Rho Fiera o a Bisceglie. Le cronache riportano di cinesi che sono rimasti sul vagone per due settimane consecutive senza mangiare, bere, lavarsi o interagire con la realtà circostante. Due settimane di catalessi. Nei paraggi dei cinesi-zombie potete ammirare donne incinte, uomini sulla novantina che si sbriciolano ad ogni scambio delle rotaie e zingari che suonano il violino in maniera forsennata nella speranza di svegliarli e di raccattare 20 centesimi di euro esclamando, “Tanta fortuna, a te e famiglia!”

C) Le filippine. Dio creò Adamo, Dio creò Eva. Dio creò i vagoni della metro e ai sedili ci appiccicò le filippine. Le filippine sono una specie di optional dei vagoni. Leggende narrano dell’esistenza di filippine che se tirate per i capelli fermano il treno, di filippine vidimatrici, di filippine erogatrici di bibite e snacks di ogni genere. Nel caso vi imbatteste in un posto libero (una rarità) e nei pressi intravedeste una filippina mobile (esemplari rarissimi, un errore divino) desistete dall’idea di sedervi. Le filippine nel culo hanno un magnete al plutonio sintonizzato sui sedili dei vagoni della metro. Appena superano le porte del vagone una sorta di forza di gravità cosmica le attrae verso i posti a sedere e, con la stessa potenza di un asteroide in caduta libera, travolgono e sbriciolano ogni essere e/o oggetto che si presenta sulla loro strada. Se volete vivere, state in piedi. Nei pressi delle filippine potete intravedere signore di 102 anni alle quali si intrecciano le gambe come in una partita di Shanghai per colpa della forza centripeta del convoglio in curva e spastici gravi che si aggrappano alle sbarre come scimpanzé alle liane

D) Le casalinghe ipnotizzate. Intrippatissime, nel 96% dei casi, nella lettura dei libri di Carlos Ruiz Zafòn. Se le incontri a Pasteur, a Lampugnano sono ancora alla stessa pagina. Non si capisce che utilizzo facciano di quei libri. Sono una copertura per sembrare più colte? Un pretesto affinché qualche disperato lettore maschio di Zafòn faccia loro la corte? Non si sa. Agli albori del 2012 le casalinghe ipnotizzate da Zafòn rimangono uno dei grandi misteri dell’umanità, insieme ai Dolmen e ai Menir di Stonehenge. Nei pressi delle casalinghe ipnotizzate potete ammirare persone in stampelle, donne con le acque rotte e il feto che fa ciao-ciao con la manina dal Monte di Venere, anziani che chiedono l’estrema unzione e tetraplegici con la bombola d’ossigeno

Strabuzzo gli occhi, come in un sogno.

Mi asciugo la fronte e a bassa voce, sussurro:

Se rinasco voglio essere una filippina.

Alessandro Massini Innocenti

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