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“Greta e Vanessa”: crea l’ignoranza e poi criticala, AKA come funzionano le cose qua in Italia.

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Come fare successo reinventando quello che già esiste? Per informazioni chiedere di Mrs. Erika Leonard, al secolo E.L. James. L’autrice britannica della trilogia più in voga del momento, “Cinquanta sfumature di…”, è una 39enne assistente di studio presso una scuola inglese di cinema e televisione. Ma a tutti quanti preferisce far credere d’essere una massaia qualunque, sicuramente appanzata, probabilmente insoddisfatta dal black&decker scarico del marito (e chi lo può biasimare?). 

Nel tempo libero ha deciso di scrivere una storia d’amore estrema. Niente di nuovo, non fosse altro che l’opera in questione diventa il caso editoriale del 2012. Oltre 30 milioni di copie vendute nel mondo. Numeri che hanno fatto impallidire J.K. Rowling, creatrice di un’altra saga di successo, quella del maghetto Harry Potter e l’americana Stephenie Mayer che con l’epopea vampiresca di “Twilight” ha fatto impazzire gli adolescenti. Quello che ha stupito un qualsiasi lettore medio, tuttavia, è stata la capacità della Leonard di prendere gli ingredienti da opere del passato, mischiarli, sfruttare la sete pornografica globale e farne una trilogia. Un vero e proprio “uovo di Colombo”, ben confezionato. Sì, confezionato da un battage mediatico da fare invidia a quella che fu la campagna elettorale dell’attuale presidente americano Barack Obama. 

Cosa c’è, dentro a “Cinquanta sfumature di…”? La lista è lunga. C’è “Paura di volare” dell’americana Erica Jong, romanzo che nel 1973 scandalizzò il mondo intero per la narrazione, senza troppi fronzoli, delle acrobazie sessuali della protagonista. C’è la collana di romanzi rosa “Harmony”, che da decenni affolla i meandri delle edicole e inturgidisce i capezzoli di milioni di casalinghe incazzate. C’è anche la serie tv americana “Desperate Housewives” che nei primi anni del 21esimo secolo ha consolato e rallegrato le tante donne che tengono in piedi la baracca, nel vero senso della parola. C’è il dato, inconfutabile, che i siti web pornografici “Pornhub” e “Youporn” siano i più visitati, in assoluto, a livello globale.

La Leonard ha creato un “genere”, un mostro, una moda? No. Tuttavia, sono sbucate come funghi, decine di altre “pornoscrittrici”. Tra queste si è fatta notare l’inglese Claire Siemszkiewicz (scommetto che non riuscirete mai a pronunciare il suo cognome) che con la raccolta “Clandestine Classics”, ha deciso di rivisitare opere romantiche del passato mettendoci quel “pepe” in più. E così ecco che gli scenari si spostano. Dalla brughiera inglese i protagonisti vengono catapultati nelle metropoli, i linguaggi diventano osceni, le buone maniere sono solo un ricordo. Le opere di raffinate autrici dell’Ottocento quali Jane Austen e le sorelle Brontë si trasformano in storie di erotomani dai modi non troppo eleganti.

Alcuni critici hanno dichiarato che si percepisce più sensualità in una sola riga di “Cime tempestose” di Emily Brontë, che nell’intera trilogia della Leonard. Di certo c’è solo che il signor Darcy e Heathcliff staranno scuotendo la testa nel vedersi vestiti di latex e con i frustini in mano.

Poveri loro.

La metro, a Milano.

E’ uno dei posti più affascinanti, nella sua estrema bruttezza, del capoluogo lombardo. E’ una galleria di persone e di situazioni che vacilla sull’astratto confine che separa quotidianità da eccentricità.

Come formiche impazzite che puntano ad entrare nel formicaio inseguite da un formichiere reale, i milanesi ci si ficcano dentro di prima mattina, sgomitando giù dalle scalinate d’ingresso delle stazioni quasi puntassero a vincere la maratona di New York.

Io, il più delle volte, mi becco la signora anziana con bastone e nipotino (più rincoglionito della nonna) al seguito. La succitata anziana la trovo – come legge di Murphy dispone – quando sono estremamente di fretta.

La nonna è insuperabile. La scala è il suo regno. A sinistra tende più che può il bastone, alla sua destra, come detto, c’è il nipotino che, a sua volta, si tiene stretto al corrimano. Superare questa diabolica coppia è più difficile che centrare la famosa voragine che Patrick De Gayardon centrava con il paracadute nella pubblicità della Sector. La nonna te la devi sorbire fino all’ultimo gradino, fino all’ultimo centimetro della scala.

Quando infine sbuco nell’atrio che porta ai tornelli mi divido tra una gioia simile alla vittoria dei Mondiali di calcio e il superamento di un esame universitario e allungo il passo per recuperare il tempo perso grazie all’amabile vecchina.

Ma è un fuoco fatuo. Alle mie spalle un rumore simile a quello di una falange macedone intenta a caricare orde di persiani mi lascia intendere che una piaga più pericolosa sta per piombarmi addosso. Sono i sudamericani in modalità ‘Fast & Furious’, però senz’auto.

Puntuali come la diarrea nei giorni della merla te li vedi sfrecciare a fianco. Ti prendono a sportellate, le loro Reebok scintillano, i cappellini girati al contrario assumono una posizione aerodinamica e, sempre in corsa, avvicinandosi all’ostacolo dei tornelli, cercano di tirare fuori il biglietto o l’abbonamento. E’ la manovra che anticipa il disastro: il più delle volte la velocità li fa schiantare contro i le sbarre. I biglietti volano in aria, gli abbonamenti non prendono la strisciata. Si forma così un ammasso di carne, lamiera attorcigliata (sono i ciondoli da rappettaro che portano al collo) e nell’aria volano imprecazioni in ispanico che gridano divina vendetta.

Così il tempo scorre. Io, con il mio abbonamento in mano, aspetto mestamente il mio turno mentre in me s’insinua la certezza del più vergognoso dei ritardi.

Scendendo le scale che portano alla banchina sento puntualmente il mio convoglio che arriva, si ferma esattamente 25 centesimi di secondo e riparte. Quando invece sulla metro ci sono già, le porte restano aperte per un tempo oscillante tra i 32 e i 45 minuti.

Quando finalmente, già esausto e in un bagno di sudore (anche con temperature polari), riesco a mettere piede sul vagone, davanti a me si presenta uno scenario da girone dantesco. Tutti schiacciati come in un treno di deportati. I posti a sedere sono occupati (sempre) dalle seguenti categorie:

A) Emo in fissa con l’Ipod. Cambiano 230 canzoni ogni tre secondi, dalle loro cuffie a padiglione esce una musica indecorosa a un volume pari a quello di uno shuttle in partenza da Cape Canaveral. Masticano cingomma e sbausciano, agitano freneticamente le gambe con un movimento twisteggiante, fingono di leggere libri impegnati dietro i loro ciuffi piastrati. Solitamente accanto agli emo si possono ammirare esemplari di persone affette dalla sindrome di Down e signore di mezza età con 40 borsine di plastica della spesa che pregano anche dèi new-age per riuscire a stare in equilibrio

B) Cinesi-zombie addormentati. Sono quelli che si ammazzano di lavoro nei laboratori clandestini, di notte. Salgono a Sesto e dovrebbero scendere a Loreto ma in realtà entrano in coma e si risvegliano a Rho Fiera o a Bisceglie. Le cronache riportano di cinesi che sono rimasti sul vagone per due settimane consecutive senza mangiare, bere, lavarsi o interagire con la realtà circostante. Due settimane di catalessi. Nei paraggi dei cinesi-zombie potete ammirare donne incinte, uomini sulla novantina che si sbriciolano ad ogni scambio delle rotaie e zingari che suonano il violino in maniera forsennata nella speranza di svegliarli e di raccattare 20 centesimi di euro esclamando, “Tanta fortuna, a te e famiglia!”

C) Le filippine. Dio creò Adamo, Dio creò Eva. Dio creò i vagoni della metro e ai sedili ci appiccicò le filippine. Le filippine sono una specie di optional dei vagoni. Leggende narrano dell’esistenza di filippine che se tirate per i capelli fermano il treno, di filippine vidimatrici, di filippine erogatrici di bibite e snacks di ogni genere. Nel caso vi imbatteste in un posto libero (una rarità) e nei pressi intravedeste una filippina mobile (esemplari rarissimi, un errore divino) desistete dall’idea di sedervi. Le filippine nel culo hanno un magnete al plutonio sintonizzato sui sedili dei vagoni della metro. Appena superano le porte del vagone una sorta di forza di gravità cosmica le attrae verso i posti a sedere e, con la stessa potenza di un asteroide in caduta libera, travolgono e sbriciolano ogni essere e/o oggetto che si presenta sulla loro strada. Se volete vivere, state in piedi. Nei pressi delle filippine potete intravedere signore di 102 anni alle quali si intrecciano le gambe come in una partita di Shanghai per colpa della forza centripeta del convoglio in curva e spastici gravi che si aggrappano alle sbarre come scimpanzé alle liane

D) Le casalinghe ipnotizzate. Intrippatissime, nel 96% dei casi, nella lettura dei libri di Carlos Ruiz Zafòn. Se le incontri a Pasteur, a Lampugnano sono ancora alla stessa pagina. Non si capisce che utilizzo facciano di quei libri. Sono una copertura per sembrare più colte? Un pretesto affinché qualche disperato lettore maschio di Zafòn faccia loro la corte? Non si sa. Agli albori del 2012 le casalinghe ipnotizzate da Zafòn rimangono uno dei grandi misteri dell’umanità, insieme ai Dolmen e ai Menir di Stonehenge. Nei pressi delle casalinghe ipnotizzate potete ammirare persone in stampelle, donne con le acque rotte e il feto che fa ciao-ciao con la manina dal Monte di Venere, anziani che chiedono l’estrema unzione e tetraplegici con la bombola d’ossigeno

Strabuzzo gli occhi, come in un sogno.

Mi asciugo la fronte e a bassa voce, sussurro:

Se rinasco voglio essere una filippina.

Alessandro Massini Innocenti

Io amo essere pulito. Il problema è che fare le ‘pulizie’ non mi fa impazzire. Come credo non faccia impazzire nessuno, su questo pianeta. D’accordo, certe ‘pulizie’ non mi spaventano più di tanto e, a tratti, mi piacciono anche. Altre mi irritano proprio.

Ad esempio ho un buon rapporto con tutto quello che concerne l’eliminazione della polvere. A pensarci bene è un’idiozia. La polvere è un nemico insopprimibile, costante. Torna sempre. Te ne rendi conto in quelle giornate in cui il sole filtra tra le tapparelle e riesci a vedere nubi inquietanti di polvere anche quando hai pulito casa quasi come fossi posseduto dallo spirito demoniaco di Nonna Papera.

Non mi sono scoraggiato, comunque, e con il tempo ho deciso bene di affinare le tecniche di aspirapolveraggio e di polvericidio. Uso il ‘Pronto’ sulle superfici legnose e il ‘Vetril Multiuso’ su tutte le altre.

Al ‘Pronto’ solitamente abbino un panno morbido che non aggredisca il legno. Soprattutto quando si tratta di pulire mobili antichi. La potenza della bracciata anti-polvere può essere letale sulla mobilia più datata. Sulle superfici ‘tecno’ mi scateno: cencio infame oppure maglia della salute passata a miglior vita a causa di un lavaggio errato.

La ricerca scientifica mi è venuta incontro. Ora vanno di moda questi benedetti panni in microfibra. Minor dispendio di prodotti chimici e maggiore efficienza. Figata intergalattica.

Dicevo, l’aspirapolvere è esaltante. E’ grandioso vederne il progresso nel corso degli anni. Sempre più watt al servizio dell’igiene, io personalmente non aspetto altro che l’aspirapolvere a reazione nucleare con raggio laser anti-acaro incorporato.

Gli apparecchi tecnologici, però, non reggono ancora il colpo con la destrezza umana. In casa, poco tempo fa, si decise d’acquistare un robottino aspirapolvere. Ascoltatemi, non compratelo. Aldilà che con quello che è costato probabilmente avremmo dato da vivere a un’intera famiglia di domestici per almeno cinque anni, il problema è che non funziona una cippa.

Invece quando lo comprammo ero gasatissimo. Ero tornato al tempo delle macchinine telecomandate. Un disco volante (non volante) a rotelle che grazie all’aiuto di quattro telecamere a infrarossi ti pulisce tutta la casa, all’ora che vuoi, il giorno che vuoi.

Macché, tutte idiozie.

Se avessimo infilato uno Swiffer nel culo di un mulo cieco e l’avessimo liberato in casa avremmo ottenuto un risultato migliore.

Il robottino si inchioda, il robottino si scarica, il robottino non mappa tutta la casa perché è troppo grande (troppo grande ?!?). Il robottino è una pippa, semplicemente. Il robottino è rincoglionito, punto e basta. Solo che quelli che lo producono non ve lo diranno mai. Maledetti.

Ascoltate me, prendetevi il mulo cieco.

L’aspirapolvere fatto a braccia rimane la soluzione migliore. Anche qui c’è tutta una scienza alla base. La spazzola per il marmo, quella per i tappeti, la spazzola per il parquet. Le evoluzioni che bisogna eseguire per fare arrivare il becco dell’aspirapolvere negli anfratti più angusti della casa sono degne della finale di ginnastica ritmica alle Olimpiadi.

In piedi sull’attenti, ingobbiti, a pecorina con il braccio teso sotto il letto, in posizione da contorsionista per passarlo dietro alla tazza del cesso (il luogo più complicato dove arrivare). Insomma, ci vuole una certa preparazione fisica. Alcune sessioni di ‘pulizie’ sono talmente faticose che potrebbero sostituire ore di lavoro in costosissime palestre.

Dicevo all’inizio che ci sono certe discipline domestiche con le quali ho proprio un pessimo rapporto.

La numero uno?

Lavare i piatti. Io odio lavare i piatti.

Toglietemi la televisione, ma non toglietemi la lavastoviglie. La lavastoviglie è un dono del Signore o di chi per lui si è preso la briga di crearla.

A Milano, dove vivo ora, purtroppo non ce l’ho.

Odio grattare i resti di cibo dalle pentole, dalle teglie, mi straccio i maroni a calcare come un forsennato sui piatti.

Sarà perché sono un perfezionista e le stoviglie che uso per mangiare devono essere perfette.

Questa cosa, tra l’altro, non ha senso. A Milano purtroppo cucino e mangio per me stesso, solo come un tibetano sulla catena dell’Himalaya (lui almeno avrà una capra a fargli da compagnia, io manco quella).

Anche se i piatti non fossero perfetti, che problema ci sarebbe?

Ma così è, così mi pare. Io voglio la perfezione.

Una cosa è certa: le pulizie dovrebbero farle tutti, almeno una volta nella vita. E’ un’attività che fa rivivere la realtà di un tempo. A quando non esistevano schiere di filippini pronti a tutto, a quando le persone avevano ancora voglia di prendersi cura della propria casa, a quando, più semplicemente, la gente normale non riteneva utile spendere denaro per una cosa simile.

Ormai nessuno vuole muovere più un dito in casa. Perché la vita è dura, perché il lavoro è tanto, troppo. Perché quando si torna a casa si vorrebbe solamente fare una bella doccia e sbattersi sul divano. Lo capisco.

Io continuo a credere che le pulizie tengano accesa l’attenzione su quello che abbiamo. Spolverare fotografie che riportano ad avvenimenti piacevoli del passato, pulire souvenirs di viaggi lontani.

In fondo, anche lavare i piatti dalle pietanze che abbiamo preparato, potrebbe non essere così male.

Può darsi che queste siano solo congetture per sentirmi meno sfigato quando vado giù di olio di gomito, che ne so…

…L’importante è che non compriate il robottino aspirapolvere.

Alessandro Massini Innocenti

Ta-dahhhhh!

Eccomi. A dire il vero, non sapevo bene con quale argomento ‘tagliare il nastro’ di questo soffertissimo blog. Un blog pensato e ripensato, quasi come se qualcuno, o qualcosa, mi avesse ingravidato (nel cervello) per far sì che nascesse. Mesi e mesi di gestazione, oggi ho partorito.

Spero di crescerlo con cura e costanza. Di solito con queste bestie non ne ho molta. Il fatto di essere ‘obbligato’ a fare qualcosa (a meno che non si tratti di lavoro o di rapporti umani) un po’ mi spaventa. E’ paragonabile a quella sensazione che provavo quando mia madre piombava in camera mia e con violenza tirava su le tapparelle per farmi andare a scuola. Tremendo. A mia madre ci torneremo tra poco, comunque.

In questi giorni è successo qualcosa. Problemi, film mentali abbastanza catastrofici. Io sono così: quando inizio a sentire puzza di magone, tiro fuori il mio spray deodorante immaginario e spruzzo buon umore nell’aria (almeno quella che mi circonda nel raggio di qualche metro) per esorcizzare i cattivi pensieri.

Oggi voglio parlare di un fatto di cronaca (la sua veridicità è ancora tutta da appurare) che mi ha lasciato con il sorriso sulle labbra, non perché si tratti di una cosa spassosa ma perché ha il potere di farmi salire sulla mia personale DeLorean e viaggiare nel tempo, a quando ero ancora uno sbarbatello spelacchiato con una vocina oscena e fastidiosissima.

Partiamo però dalla notizia, apparsa su diversi canali d’informazione:

Il profilo Facebook di una bambina di 10 anni è stato oscurato perché la medesima bambina ha avuto la brillante idea di pubblicare una foto (da lei scattata) nella quale compare seminuda, nella poetica cornice del cesso di casa. Mica una robetta così, eh, ma un vera scimmiottata delle star di Hollywood su Twitter.

Puntuali come degli insoluti in questo periodo di crisi, sono arrivate le reazioni degli internauti feisbuccari, che hanno criticato il gesto scellerato della bambina, sfoggiando, tra l’altro, insulti degni da peschereccio nei confronti della poveretta.

Mica paglia.

Ormai la gente ha perso la bussola. L’unico insulto, se mai avessi dovuto sfoderarne uno per l’occasione, l’avrei dedicato tutto ai due genitori. Probabilmente, al momento dello scatto incriminato, erano seduti sul divano di casa a guardare la striscia serale del Grande Fratello (povero Orwell, ancora si rivolta nella tomba).

In questo momento vorrei però tralasciare le colpe dei genitori. Risulterei davvero banale, noioso. Chi non odia i discorsi che cominciano con ‘fossi stato io’, ‘avrebbero dovuto’, ‘non avrebbero dovuto’? D’accordo, per l’occasione ci potranno anche stare, ma non voglio fare il moralizzatore, non stasera, per lo meno.

Invece vorrei parlare di come ero io, a dieci anni o poco meno. Aspettate. Fatemi schiacciare il tasto rewind sul telecomando della tv dei ricordi. Teeeeeeec!

A posto. Eccoci.

Io a dieci anni avevo pochissime pretese. Mi ricordo che mi svegliavo già allora scoglionatissimo. Sì, amavo addormentarmi tardi e la mattina era un dramma. Mio padre, per i primi anni del figlio, brevettò addirittura dei racconti tragicomici su due polli-trendy “Paffy e Puffy”. Quei racconti erano la mia passione. Ma torniamo ai miei dieci anni. Dicevo, odiavo svegliarmi. Dopo una sciacquata sulla faccia viravo verso la cucina dove mia madre aveva imbandito la tavola con ogni ben di Dio.

Spremuta d’arancia, yogurt, cereali, latte, caffè, pane fresco (comprato all’alba da mio padre), burro, marmellata fatta in casa, torta fatta in casa. Fatti in casa mancavano solo i piatti, i bicchieri, le stoviglie e le posate. Poi era fatto tutto in casa. Poi beh, saziatomi come un cinghiale in una giornata d’estate, andavo a lavarmi i denti. Una bella cacata non me la levava nessuno, già allora. Un catartico bidè (che grazie al cielo ha sempre fatto parte della mia cultura, pur essendo per metà francese), pettinata (con l’immancabile riga tipica degli anni ’90) e vestizione.

La vestizione era stupenda. Era standard. C’erano i giorni della tuta in triacetato. C’erano i giorni dei jeans con il felpone ridicolo (il più delle volte con disegni improbabili). Le scarpe erano tassativamente da ginnastica (andavo matto per le Reebok Pump e per le Puma Disc). Niente fronzoli, sciarpetta, cuffietta, guantini, zainetto e una marea di altre cose che mia madre si divertiva a chiamare con i vezzeggiativi. C’era l’astuccino, c’erano i quadernetti, c’era la merendina.

Mia madre (o mio padre) mi portava a scuola. Si assicuravano che entrassi sano e salvo nelle odiate mura e sparivano all’orizzonte per tornare (in anticipo) all’uscita, al termine delle lezioni.

Nella scuola c’era la maestra. Non era mica una sfigatella di 22-23 anni però. Era quasi anziana. Un ibrido tra una mamma e una nonna, un po’ come una zia, ma con un alone d’autorità che faceva stringere le chiappe di bestia. Non urlava, quando si alterava, ma scandiva le parole facendo capire esattamente quali sarebbero state le conseguenze delle nostre malefatte. Arrivavano carezze quando ci si impegnava e quando si faceva gli stronzi la maestra convocava i genitori. I genitori però non si incazzavano con la maestra. C’era anzi una sorta di riconoscenza nei confronti della maestra. Una riconoscenza del tipo “grazie che ti scassi la patata a insegnare le buone maniere a nostro figlio”.

Per fortuna da quel punto di vista non ho mai avuto troppi problemi. Ero un bambino tranquillo. Amichevole. Ricordo che già a 10 anni, ero un romanticone.

Essere romantici allora, aveva tutto un altro sapore. Suonava diverso. Me li ricordo quei batticuore naif, quegli sguardi innocenti che equivalevano a un’esplosione d’emozioni. Emozioni pure. Quanto erano belle.

Ricordo che ero un drago dei biglietti. Un ‘Lionel Messi’ del pezzettino di carta, piegato e spedito. In tutti i modi.

Una volta io e il bulletto della classe entrammo in competizione per la compagna più carina. Lui era il figlio di un pugile, nonché lo spauracchio della scuola. Era un satanasso. Da bambino medio mi pisciavo in braghe anche io, quando mi ronzava attorno. Un giorno decidemmo di fare una gara, per conquistare la suddetta compagna. Ma lui, cascò male. Scelse il mondo dei biglietti come campo di battaglia. E se al tempo sfidavi me con i biglietti, erano cazzi. Scrivevo poesie. Era mia mamma che mi aveva formato. Mi leggeva le filsatrocche di Lafontaine quando le ciucciavo ancora le mammelle e la cosa deve avermi lasciato il segno. Fatto sta che a una indiscutibile classe nello scrivere i biglietti, abbinavo un discreto stile nel disegnare cuori. Facevo dei cuori da paura. E lì le fighette si scioglievano.

Erano l’asso nella manica del felpone ridicolo, quei cuori colorati circondati da frasi poetiche.

Ovviamente la sfida terminò con lo strapotere del sottoscritto e con il bulletto pompato che iniziò a invidiarmi, anziché spaventarmi. Diventammo anche grandi amici, che caso.

Il premio, ovviamente, era fotonico. Io e la più ‘topina’ della classe stavamo vicini nella fila indiana. Ci si teneva per mano. Lei e io eravamo ‘insieme’. Che bello, manco gli adulti lo dicevano. Noi lo ripetevamo alla follia. “Io e te stiamo insieme”. Era un’unione semplice, pulita. Se avevo bisogno di dirle qualcosa mi alzavo e andavo da lei. Oppure andavo di bigliettino. Tutto sommato stimolava la creatività e l’ingegno.

Poi magari finiva in maniera spiccia. Le bambine avevano le ambasciatrici. Quasi delle dame di corte della Regina. Erano le ‘migliori amichette’. Terribili come degli esattori di Equitalia. Si avvicinavano con fare circospetto e quando le vedevi arrivare sapevi già che dovevano dirti qualcosa per conto della tua fidanzatina. Tante volte era un ‘benservito’, ma era bello così. Bello, insomma, ci restavi male, malissimo. Che diamine.

La mamma (perché di solito il papà lavorava fino a sera tardi) tornava a prendermi. Nel caso dello ‘scaricamento’ da parte della fidanzatina, la mamma non sbagliava un colpo. Ti vedeva ancora da lontano mentre stava in macchina, che eri depresso. Partiva il terzo grado, con tanto di lampada puntata sugli occhi come nei polizieschi anni ’30. Finché non sputavi il rospo la mamma non mollava. Non mollava un cazzo. Peggio del Gennarino Gattuso dei tempi migliori. Pressing asfissiante, fino alla morte. Alla fine sputavi il rospo, la rana e, per sicurezza, anche il girino. La rana e il girino sono rispettivamente il turbamento giovane e quello appena nato. Se li sputi subito però, ti senti meglio. La mamma lo sapeva. E tu sputavi di brutto, quando lei pressava.

Poi si arrivava a casa. La mamma ti preparava il pranzo. Era un pranzo buono. Un pranzo ristoratore che affievoliva le delusioni della fidanzatina spietata. A seguire c’era una mezz’ora, niente più, di cartoni animati, con Cristina D’Avena che squarciava gli ultimi barlumi di tristezza.

La mamma era lì, mica a farsi i cazzi suoi su ‘Gente’ o ‘Chi’, mica a smanettare come un’ossessa sull’Iphone. Ti richiamava all’ordine sulle notte della ‘Cri’ e ti spediva a fare i compiti. A farli tutti. Poi c’era la merenda. Il the caldo con i biscotti, oppure il ‘succhino’. A volte si faceva uno strappo alle regole e c’era il ‘Soldino’, c’era il ‘Tegolino’, c’erano i ‘Mikado’, c’erano i Ringo. Roba industriale che a mia mamma faceva fumare le ovaie. Però, anche le porcherie, ogni tanto ci stavano.

La sera tornava il papà. Se eri giù di corda ti dava il colpo di grazia d’allegria, con barzellette e battute fenomenali. Con un sorriso che irradiava tutta la casa. Mio padre era un fuoriclasse delle espressioni. Riusciva a fare la faccia più spaventosa nel caso d’arrabbiatura e più dolce e simpatica negli altri momenti. Gli altri momenti erano la maggioranza.

Anche perché lui era, è, una persona buonissima.

La mamma spadellava di brutto. Cibo preparato, cotto, mangiato. Benedetta Parodi le faceva un ditalino stratosferico.

Poi papà ed io ci accomodavamo in salotto, dopo avere aiutato la mamma a sistemare. Io ero un esperto di eliminazione delle briciole. Lo sono anche ora, devo avere un innato talento antibriciolaro.

Solitamente la giornata finiva con le ultime, godibilissime chiacchierate sul divano. Ci raggiungeva anche la mamma, dopo che si era fumata l’ultima, sudata sigaretta di fine giornata e dopo che aveva finito di sistemare in cucina.

Guardavamo insieme un film e se c’era una bella chiavatona tra i personaggi del film i miei non cambiavano, se avevo bisogno di spiegazioni sapevo benissimo che potevo chiedere. Senza timore di ceffoni o di ritorsioni. Il problema è che il film non lo finivo spessissimo. Perché il coprifuoco c’era, c’era eccome. La figata doc era quando mio padre e mia madre si addormentavano come due sassi, stremati dalle fatiche di giornata. Arrivare al termine del film, era una vittoria.

Il finale di giornata consisteva nella lavata di denti, nella filata a letto e nel bacio di mio padre e di mia madre.

Qualcuno si chiederà: “Ma che minchia c’entra tutta sta pappardella sulla tua giornata tipo quando avevi più o meno dieci anni, con la bambina che fa vedere a tutto il web la sua frittola?”.

C’entra, perché la frittola la fai vedere se anziché parlare ai tuoi parli con le amichette su uno smartphone. C’entra perché anziché fare colazione con ogni leccornia home made ti mangi un Kinder Pinguì scaduto davanti allo schermo del pc. C’entra perché il fidanzatino ora ti scarica con un sms, magari insultandoti. C’entra perché il fidanzatino, anziché la mano in fila indiana, ora vuole una seghetta al bagnetto (qui i vezzeggiativi li uso io, per sport). C’entra perché la bambina con il muso scrive su Facebook “Vaffanculo mondo crudele”, mentre la mamma, si vanta, sempre su Facebook, di essere amica della figlia. Su Facebook. Niente pressing da una mamma-Gattuso. Solo un cellulare costoso a 10 anni, un computer, il web a farti da mentore e una televisione a disposizione a qualsiasi ora che trasmette 20 ore su 24 la parabola che se succhi la pannocchia e ti rifai le tette, sarai una donna di successo.

A me non sarebbe mai venuto in mente di farmi fare un pompinetto nei bagnetti, non mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere “Vaffanculo mondo crudele” su un posto dove nessuno mi conosce.

Non perché ero più intelligente.

Solo perché ero più amato.

Alessandro Massini Innocenti